Aree interne Marche: lavoro, visione e sviluppo. Intervento al precongresso UIL Marche
Sabato sono intervenuto all’Assemblea precongressuale della UIL Marche – ATU 6 Fabriano per parlare di aree interne. Non ho voluto fare una presentazione accademica né proporre soluzioni facili. Ho provato piuttosto a riportare il tema alla sua dimensione reale: politica, economica e culturale.
Lo spopolamento è un effetto, non la causa
Quando si parla di aree interne si parte quasi sempre dallo spopolamento. È il dato che colpisce di più. I numeri calano, i giovani se ne vanno, i servizi si riducono. Ma lo spopolamento non è la causa. È l’effetto. È la conseguenza di un modello di sviluppo che negli ultimi decenni ha premiato la concentrazione urbana, la scala, la velocità, lasciando progressivamente ai margini tutto ciò che non rientrava in quella logica.
Ho detto con chiarezza che le aree interne non sono territori “naturalmente” fragili. Non sono destinate al declino per una legge della storia. Sono diventate fragili perché hanno perso centralità nelle scelte politiche ed economiche. E ciò che è stato prodotto da scelte può essere modificato da altre scelte.
Il nodo centrale: il lavoro
Il nodo centrale non è solo quello dei servizi, pur fondamentali. È il lavoro. Senza lavoro stabile e qualificato non esiste permanenza. Senza prospettiva economica non esiste demografia che tenga. Possiamo migliorare la qualità della vita quanto vogliamo, ma se un territorio non genera opportunità, le persone continueranno ad andarsene. La questione delle aree interne è prima di tutto una questione produttiva.
Aree interne come infrastruttura silenziosa
Ho cercato anche di spostare il piano della discussione. Le aree interne non sono un costo da sostenere. Sono un’infrastruttura silenziosa del Paese. Custodiscono risorse ambientali fondamentali, garantiscono equilibrio territoriale, mantengono competenze, filiere produttive radicate, capitale umano legato ai luoghi. Quando un territorio interno si svuota non perdiamo solo abitanti: perdiamo presidio, perdiamo identità, perdiamo equilibrio. E ciò che si perde in questi contesti non è facilmente ricostruibile.
Governare non è amministrare
Un altro punto che ho voluto sottolineare riguarda la politica. Esiste una differenza profonda tra amministrare e governare. Amministrare significa gestire l’esistente, muoversi dentro i vincoli. Governare significa dare direzione. Le aree interne hanno bisogno di una direzione di lungo periodo, non di interventi episodici legati ai cicli elettorali. Senza continuità, senza una visione a dieci o vent’anni, ogni progetto rischia di restare isolato.
Dal locale al globale
Non ho proposto un ritorno al passato. Le aree interne non devono chiudersi in una dimensione nostalgica. Devono invece imparare a stare nel mondo in modo diverso. Le tecnologie, il lavoro da remoto, le reti digitali permettono oggi di superare molti limiti geografici. La sfida è usare il globale per rafforzare il locale, non per sostituirlo. È un equilibrio delicato, ma possibile.
Una domanda aperta
Alla fine ho lasciato una domanda aperta, che considero la vera questione: quale ruolo vogliamo assegnare alle aree interne nel futuro del Paese? Se continuiamo a considerarle un problema da contenere, continueranno a ridursi. Se iniziamo a considerarle una componente strategica dell’equilibrio nazionale, allora cambiano le priorità, cambiano le politiche, cambia la prospettiva.
Le aree interne non chiedono assistenza. Chiedono visione. E la visione, in ultima analisi, è sempre una scelta politica.